Ritorno alle campagne e non solo. La nuova ruralità è fatta di giovani che emigrano dalle città, ma anche di imprese sociali e servizi per la persona che tornano ad affidarsi all’agricoltura. Dove la storia della civiltà umana ha avuto inizio

 

Negli ultimi 50-60 anni il volto delle campagne italiane si è radicalmente trasformato e con esso il volto dell’intero Paese. Se non si comprende com’è cambiata l’agricoltura non si comprende com’è cambiata l’Italia e viceversa. Le due cose sono strettamente intrecciate. Avere un’idea di tale evoluzione quanto più vicina alla realtà serve a capire perché oggi siamo fatti così come siamo e in quale contesto operiamo le nostre scelte e realizziamo i nostri progetti.

 

Questo approfondimento sulla nuova ruralità e la storia dell’agricoltura che genera comunità è la prima di tre riflessioni nate realizzando il progetto di agricoltura sociale S.E.MI – Spazi Educativi Multifunzionali in agricoltura sociale per l’innovazione dell’intervento socio-educativo territoriale

 

Perché cresce l’interesse verso l’agricoltura?

Negli ultimi anni sono in molti ad osservare un crescente interesse dei cittadini verso l’agricoltura.

  • Il 27,2% degli italiani (il 41 % dei giovani) considera il nostro cibo un valore che viene subito dopo il patrimonio artistico e culturale e i pregi che nel mondo ci riconoscono da sempre (creatività, socievolezza, ecc.). (Fonte: Censis, 2014)
  • L’82% degli italiani ritiene che l’agricoltura rappresenti un volano di crescita del paese. Di fronte al desiderio espresso da un proprio figlio o nipote di lavorare in agricoltura, ben l’85% degli italiani consiglierebbe loro di seguire la propria volontà, a fronte di appena un 15% che invece lo sconsiglierebbe. (Fonte: Censis, 2014)
Giacomo Lepri, della Cooperativa Coraggio
Giacomo Lepri, della Cooperativa Coraggio

Il Censis (Un futuro per l’Italia: perché ripartire dall’agricoltura, 2014), ha attribuito questo fenomeno alla crisi economica che si è manifestata dal 2008. La crisi avrebbe indotto un atteggiamento più disincantato sulla capacità dell’industria e del terziario di guidare la crescita e stimolato le stesse campagne a ripensarsi e a vivere un nuovo protagonismo. Di qui l’apprezzamento che i cittadini avrebbero riservato alle campagne, individuandole come una sorta di rifugio per sottrarsi ai colpi di maglio della grande recessione.I problemi legati alla qualità del cibo e all’ambiente, le opportunità di impiego che le campagne offrono, i servizi (culturali, educativi, sociali, socio-sanitari e di svago) erogati dalle aziende agricole sempre più riscuotono attenzione da parte delle famiglie. Antiche organizzazioni imprenditoriali, come Confagricoltura e Confindustria, hanno avviato una riflessione sul rapporto tra etica e impresa e guardano con nuovi occhi alle imprese a movente ideale, a partire da quelle esistenti in agricoltura.

 

Ma interpretare in questo modo la recente attenzione verso l’agricoltura è forviante. Risveglia l’idea di un’agricoltura “tappabuchi” o “crocerossina” di un capitalismo non più in grado di generare sviluppo e occupazione; l’idea di un settore che accoglie coloro che non trovano impiego altrove e si adattano al lavoro agricolo nonostante i redditi relativamente bassi e le difficoltà ad assumere i rischi d’impresa. In sostanza, una sorta di accampamento di fortuna in attesa di tornare quanto prima ad abitare nelle case dissestate. Così fu intesa nell’America di Roosevelt immediatamente dopo la grande crisi del ’29, all’insegna della parola d’ordine “Tornare alla terra”. Ben presto, a quei programmi infuocati, ma effimeri, subentrarono nuovi e più intensi processi d’industrializzazione dall’alto e di urbanizzazione selvaggia.

Tale interpretazione appare, dunque, più un tentativo di creare un nuovo stereotipo ancor più opprimente di quelli che in passato hanno gravato sull’agricoltura. Un pregiudizio che si collega – dilatandolo – a quello prefigurato da alcuni opinion leader quando hanno incominciato a ritagliare e delimitare nelle campagne un’area di piccole e piccolissime aziende da tenere separate dal resto dell’economia e della società, “salvaguardarle” dalle contaminazioni culturali di altri soggetti e di altri settori, contrapporle alla scienza e alla ricerca scientifica, eventualmente proteggerle con politiche ad hoc.

 

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Cos’è la nuova ruralità?

L’esodo agricolo, che si era manifestato in forme bibliche tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Settanta – quando tre milioni di italiani cambiarono residenza, spostandosi dalle campagne verso le città e dal Sud verso il triangolo industriale! –  si è ormai definitivamente arrestato e, da tempo, si è avviato un lento ma indiscutibile ricambio generazionale.

Nelle campagne si sono diffuse piccole e medie imprese industriali e di servizi e si sono create nuove e più intime forme di integrazione tra agricoltura, industria e servizi. Le nuove configurazioni assunte dallo sviluppo industriale hanno portato a situazioni di sviluppo socio-economico differenziate tra aziende e territori. La tradizionale opposizione agricoltura-industria ha fatto posto a una più articolata situazione che vede l’affermarsi di aree a sviluppo agricolo intermedio, aree di nuovo insediamento agricolo e aree di industrializzazione diffusa.

I territori rurali industrializzati e le città traboccate nelle campagne circostanti ha reso evidente un fenomeno del tutto nuovo: all’esodo dalle campagne è subentrato l’esodo urbano. E tale inversione di tendenza ha dato vita ad un fenomeno particolare, denominato rurbanizzazione, che vede il territorio evolvere in una sorta di continuum urbano-rurale. In altre parole, i figli e i nipoti di chi era fuggito nei decenni precedenti dalle campagne alla ricerca di condizioni socio-economiche più appaganti scoprono che, a ricreare alcuni aspetti della società tradizionale fuori del suo contesto di miseria, le cose potrebbero andare meglio. Si affermano così stili di vita che integrano gli aspetti irrinunciabili della condizione urbana, dalla fruizione più facile delle diverse forme della conoscenza e della cultura all’adozione di modelli di abitabilità rispettosi della privacy, con le opportunità che solo i territori rurali sono in grado di offrire. Nascono reti di fattorie sociali e di orti urbani, forme inedite di autogestione dei rapporti economici e di relazioni solidali tra produttori agricoli e cittadini (GAS, Mercati agricoli di vendita, fornitura di mense collettive, ecc.), distretti di economia solidale (DES), nell’alveo di una sussidiarietà alla ricerca di riconoscimento.

All’esodo rurale incomincia a subentrare l’esodo urbano. Il termine “rurbanizzazione” deriva dalla congiunzione rus (campagna) e urbs (città). Si affermano stili di vita che integrano gli aspetti irrinunciabili della condizione urbana con le opportunità che solo i territori rurali sono in grado di offrire: Reti di fattorie sociali e di orti urbani, GAS, Mercati agricoli di vendita, Distretti di Economia Solidale

Un lungo e profondo processo di riassestamento socio-economico si è fatto carico di attutire gli effetti della “grande trasformazione” avvenuta tra gli anni ‘50 e ‘60 da un’Italia prevalentemente rurale ad un’Italia prevalentemente industriale. Nel nuovo volto dei territori italiani non più rurali e non più urbani sono così emersi in forme nuove legami comunitari, economie civili, agricolture di servizi, reti di mutuo aiuto e di reciprocità. Il tutto è sorto spontaneamente nell’humus di tradizioni e culture rurali millenarie, le cui forme concrete costituivano sistemi di welfare ante litteram.

 

L’agricoltura genera comunità

Nella storia dell'agricoltura c'è la sua funzione primaria: generare comunità

La nuova ruralità non va intesa come un “ritorno alla terra”, una sorta di forzato ripiego dopo la fine del mito dell’industria fordista o una specie di rassicurante rifugio per sottrarsi ai rischi della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica.  La nuova ruralità – nelle forme assunte nei Paesi industrializzati – evoca il senso più antico e profondo dell’agricoltura, la sua funzione primordiale. Richiama la nascita dell’agricoltura che avvenne diecimila anni fa per dar vita alle prime comunità umane stanziali. Si riallaccia ad un’agricoltura intesa come forma di vita collettiva, come ambito di regolazione condivisa per utilizzare le risorse ambientali comuni e così organizzare al meglio le attività comunitarie di cura. La coltivazione della terra fu, infatti, inventata come attività di servizio per poter abitare un determinato territorio.

 

La nuova ruralità evoca la funzione primordiale dell’agricoltura: servire la natura e la comunità

Da milioni di anni i gruppi umani si spostavano da un punto all’altro del globo alla ricerca di piante spontanee o di animali da predare per ricavarne del cibo. Allora alcune donne, stanche di quella vita nomade che mal si adattava alle funzioni riproduttive, incominciarono ad osservare come avveniva la crescita e la fioritura di una pianta. Carpendo i segreti della natura, intuirono un fatto straordinario: dal momento della semina di una cultivar di frumento, selezionata tra tante in natura, e il tempo del raccolto, sarebbe trascorso un anno. E rimuginarono che quello era il tempo sufficiente per portare avanti una gravidanza. Gioirono al pensiero di quella intuizione. Finalmente potevano dare un senso e una giustificazione al loro bisogno di fermarsi e di mettere radici in un determinato territorio. Gli umani maschi continueranno ancora per alcuni millenni ad andare a caccia di animali e a raccogliere frutti spontanei. Per loro il mondo non aveva un luogo ma ovunque ci fosse cibo era una meta da raggiungere e poi abbandonare. Le prime comunità stanziali saranno, dunque, formate prevalentemente da donne, bambini e anziani.

Come si può constatare da questo racconto, l’agricoltura non nasce per produrre cibo, come oggi siamo portati a credere per effetto di una comunicazione superficiale e non fondata sulla cultura e sulla scienza. Il cibo già c’era ed era in abbondanza. L’agricoltura nasce per dar vita alle prime comunità umane che legano il proprio destino ad un determinato territorio. La stretta interconnessione tra agricoltura e cibo è figlia della visione produttivistica dell’attività primaria che si è affermata negli ultimi due secoli. 

 

L’equazione “agricoltura = cibo” è figlia della visione produttivistica dell’attività primaria 

La nuova ruralità si fonda sull’idea antichissima che la terra debba essere abitata, coltivata e fatta continuamente rifiorire. “Abitare” vuol dire stare a stretto contatto con il proprio territorio, amando il proprio ambiente di vita. “Coltivare”, in ebraico abad, letteralmente significa “servire”. Coltivare è, dunque, servire la natura e la comunità al fine di abitare dignitosamente in un luogo. “Far fiorire” indica lo scopo finale del lavoro umano. La lingua tedesca chiama con una medesima voce l’arte di edificare e l’arte di coltivare; il nome dell’agricoltura (Ackerbau) non suona coltivazione, ma costruzione; il colono è un edificatore (Bauer). Commentando l’antica radice di queste parole, “Buan” – che significa “abitare”, “rimanere”, “trattenersi” – Carlo Cattaneo scriveva: “Un popolo deve edificare i suoi campi come una città”. 

“coltivare” in ebraico si dice abad = “servire”
“agricoltura” in tedesco antico si dice Ackerbau = “costruzione”
“colono” è Bauer = “edificatore”
“Un popolo deve edificare i suoi campi come le sue città” (Carlo Cattaneo)

 

Le specie vegetali coltivate sono quelle capaci di assicurare gli elementi essenziali della dieta di una popolazione radicata in un territorio. Riso, grano e mais non possono essere coltivati fuori dal complesso meccanismo giuridico e militare di una società civile. E viceversa, una società civile non può esistere fuori da un contesto in cui il lavoro umano viene organizzato per rendere abitabile e coltivabile un territorio. La nascita dell’agricoltura evoca l’idea di bonifica, il cui significato più antico e più ampio è “ridurre la terra a coltura”, “rimuovere le cause che rendono infruttifera la terra”, “adattare il terreno e le acque a forme più civili di convivenza umana”.

 

Il termine “bonifica” significa “render buono”, “render migliore”

Questa reinvenzione della ruralità si manifesta mediante la rigenerazione di un’agricoltura relazionale e di territorio, la fioritura di una leva di neo-agricoltori il cui obiettivo non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli. E tale cambiamento ha dato vita ad una pluralità di agricolture che si differenziano in base all’importanza che in esse assumono i beni relazionali e il capitale sociale, inteso come capacità di relazione, fiducia e coscienza civile.

La crisi sta svolgendo una salutare funzione demistificante di taluni convincimenti fallaci, come quello di ritenere che la spersonalizzazione dei rapporti economici sia un elemento di efficienza e non invece il portato di un’idea riduttiva e avvilente della persona. 

 

Riemerge il ruolo dei beni relazionali e del capitale sociale 

Tornano così ad essere ritenuti importanti i beni relazionali e il capitale sociale nei processi di sviluppo, cioè quei valori su cui la nuova ruralità ha inteso rifondare la funzione dell’agricoltura come generatrice di comunità. Ed è precisamente a questo punto che le antiche separatezze socio-culturali ed economiche, considerate fino a poco tempo fa irriducibili e necessarie, e i vari pregiudizi, che dipingevano le campagne come entità restie all’innovazione, appaiono ormai definitivamente crollati.

La reinvenzione dell’agricoltura di comunità nel nuovo contesto globale e tecnologico ha fatto cadere i pregiudizi anti-rurali

 

Come favorire lo sviluppo locale?

La nuova ruralità è il frutto di una progressiva e non ancora matura ricomposizione della frattura antropologica che si determinò a metà del secolo scorso e che provocò la crisi ecologica che tuttora viviamo. Frattura che in Italia ebbe caratteristiche sue proprie in un contesto che vedeva le politiche pubbliche concentrarsi nel sostegno di un’industrializzazione forzata dall’alto e, nello stesso tempo, abbandonare l’approccio dello studio di comunità per gli interventi di sviluppo, emarginando le competenze nel campo sociologico, antropologico ed educativo. Un contesto, inoltre, nel quale la gran parte dei tecnici che uscivano dalle scuole e dalle facoltà di agraria veniva assunta non più dalla pubblica amministrazione ma dalle industrie produttrici di mezzi tecnici per essere adibita alle attività di assistenza tecnica e di divulgazione agli acquirenti. Un mutamento radicale che ebbe un esito deleterio: gli agricoltori diventarono, d’un tratto, destinatari passivi di tecnologie senza potersi giovare di strutture pubbliche, dotate di competenze tecnico-scientifiche adeguate, capaci di fare da filtro nel rapporto tra imprese agricole e industrie produttrici di mezzi tecnici.

 

La crisi ecologica nasce quando gli agricoltori diventano destinatari passivi delle tecnologie 

E così il venir meno di un impegno pubblico nella trasmissione del progresso tecnico e nelle politiche territoriali costituì la causa principale della rottura dell’equilibrio tra visione produttivistica dell’attività agricola e visione conservativa delle risorse ambientali. Una rottura originata dall’erosione progressiva delle relazioni interpersonali nelle campagne e dalla solitudine in cui fu lasciato l’agricoltore. È questa perdita di capitale sociale a monte della surrogazione di un’economia rigenerativa della natura, propria dell’agricoltura tradizionale, con un’economia dissipativa della tecnica, a partire da un utilizzo massiccio di sostanze chimiche. E nel concatenarsi di tali cause ed effetti mutano i paesaggi agrari, viene saccheggiata la fertilità storica dei terreni agricoli e si genera il fenomeno dell’erosione dei suoli.

 

La crisi ecologica nasce con l’erosione delle relazioni interpersonali e del senso di comunità 

Ecco perché oggi solo la reinvenzione di un’agricoltura di relazione e di comunità può rimarginare quella frattura culturale e segnare, di nuovo, un salto di civiltà. Ed è quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, senza che di questo fenomeno abbiamo una chiara e consapevole percezione.

 

Solo la reinvenzione di un’agricoltura di relazione può rimarginare la frattura ecologica

Ricostruendo la memoria storica dei nostri territori dalla comparsa dell’agricoltura (Rivoluzione neolitica) fino alla Rivoluzione verde (chimica, meccanica, genetica), è possibile verificare la stretta interconnessione – da sempre esistita – tra sviluppo delle comunità e della società civile, sviluppo delle istituzioni, sviluppo del sistema della conoscenza e sviluppo dell’economia. La nuova ruralità evoca questa particolare concezione dei diversificati sviluppi delle società locali e àncora ad un processo auto-educativo individuale e collettivo e alla crescita di una consapevolezza individuale e collettiva le nuove sensibilità, i nuovi stili di vita, i nuovi comportamenti e l’iniziativa concreta per il cambiamento

Gli sviluppi locali sono costrutti innovativi che pongono al centro processi auto-educativi individuali e collettivi 

 

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