L’agricoltura è economia civile perché risponde ai nuovi bisogni sociali individuali e collettivi e ai nuovi criteri di organizzazione dei servizi nei territori rurali e nelle aree urbane

 

Le Agricolture di relazione e di comunità (civiche o civili) sono molteplici perché plurimi e diversificati sono i soggetti, le attività e i modelli che esse esprimono. Rispondono a nuovi bisogni sociali individuali e collettivi e a nuovi criteri di organizzazione dei servizi nei territori rurali e nelle aree urbane. Hanno a che fare coi processi di incivilimento di gruppi sociali e singoli individui. Ed evocano “altri modi” di pensare al rapporto tra l’uomo e la terra, oltre l’impresa agricola e oltre la logica produttivistica che ancora oggi la connota. Per non tramutarsi in una dispersione delle sue potenzialità innovative, questa multidealità delle agricolture comporta un notevole impegno nel reciproco riconoscimento e nel dialogo fino in fondo e dovrebbe accompagnarsi ad un processo di auto-apprendimento individuale e collettivo dell’esercizio del principio di laicità, come metodo e sostanza da parte di chiunque. Questa rapida disamina delle Agricolture civiche viene articolata in cinque lezioni distinte.

 

Questo approfondimento sull’agricoltura civica come esempio di economia civile è la seconda di tre riflessioni nate realizzando il progetto di agricoltura sociale S.E.MI – Spazi Educativi Multifunzionali in agricoltura sociale per l’innovazione dell’intervento socio-educativo territoriale

 

Esempi e pratiche di Agricoltura civica

Casa del Giardinaggio

Con la locuzione “Agricoltura civica” o “Agricoltura civile” (le due espressioni si equivalgono) si vuole fare riferimento alle multiformi agricolture di relazione e di comunità in cui le attività svolte sono intese come mezzo di incivilimento per migliorare il “ben vivere” delle persone. “Agricolture” perché molteplici sono le funzioni, le attività e i modelli che esse esprimono. Del resto, una configurazione plurale dell’agricoltura, dal punto di vista sia delle attività, che da quello dei soggetti che le esercitano, non è una novità nemmeno sul piano giuridico. Infatti, essa è ben delineata dall’art. 39 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al paragrafo 2. E da tempo la legislazione agricola comunitaria ha oltrepassato la dimensione esclusiva dell’impresa e della sua logica produttivistica. Non solo esiste un “altro modo” di possedere la terra (la proprietà collettiva, oltre quella privata e pubblica), ma adesso si vanno imponendo (non solo nella realtà ma anche negli ordinamenti giuridici) “altri modi” di pensare all’agricoltura e ai soggetti che la praticano.

 

L’agricoltura è plurale perché molteplici sono i soggetti, le funzioni, le attività e i modelli che essa esprime

Le Agricolture civili si fondano sull’idea che un’attività economica differenzia ma non contrappone il perseguimento dell’interesse personale dal raggiungimento del bene comune; distingue ma non separa l’economico dal sociale, il dono dal contratto, la gratuità dal doveroso. Esse sono espressione di un più generale processo di modificazione dei bisogni sociali e dell’emersione di nuovi criteri di organizzazione dei servizi sia nei territori rurali che nelle aree urbane. Con tali Agricolture riemerge, in forme nuove, la prospettiva della comunità e della sua capacità di autogoverno delle risorse per soddisfare i bisogni sociali individuali e collettivi, oltre le tradizionali dicotomie pubblico/privato e Stato/mercato.

 

Oltre le tradizionali dicotomie pubblico/privato e Stato/mercato riemerge l’autogoverno delle comunità

L’espressione “Agricoltura civica” è stata utilizzata per la prima volta negli Usa durante il congresso annuale della Rural Sociological Society nel 1999. Secondo la definizione di Thomas A. Lyson (Civic Agriculture: Reconnecting Farm, Food and Community, 2004), l’Agricoltura civica identifica un insieme d’imprese agricole e alimentari, molto diversificato, fortemente integrato con le comunità e i sistemi agro-ecologici locali. Come espressione di queste nuove relazioni, Lyson, nell’esperienza statunitense, cita i mercati degli agricoltori, le cooperative di produttori, la Community supported agriculture (agricoltura sostenuta dalla comunità), gli orti condivisi.

In Italia, le Agricolture civili riguardano un ambito ancora più ampio di quello identificato da Lyson e comprendono i “fazzoletti di terra” a fini di autoconsumo personale e familiare, le agricolture urbane, la gestione dei demani civici e delle terre collettive e le diverse forme di agricoltura sociale praticate dalle imprese agricole e dalle cooperative sociali.

 

Le principali normative che riguardano le agricolture civili:

 

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La tradizione dell’economia civile

Le Agricolture civili si inseriscono nel solco della grande tradizione dell’Umanesimo civile, da cui, nella prima metà del Quattrocento, nasce il favore verso il mercato indotto dall’auto-interesse dell’individuo ma valutato per il risultato che tale auto-interesse produce per la società.

Da quella tradizione, nel Settecento napoletano, fiorisce la riflessione sull’Economia civile. Si tratta di una scuola del pensiero economico moderno (Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Giacinto Dragonetti sono i suoi principali rappresentanti) che legge le relazioni di mercato non come scambi fondati sulla sola legge degli interessi o degli egoismi individuali, ma come incontri umani fondati sulla legge della “mutua assistenza” o reciprocità. L’idea è che la reciprocità, fin dalle prime esperienze delle comunità rurali, è alla base dell’intera vita sociale. E può costituire la base anche delle relazioni economiche. Non c’è, dunque, distinzione o separazione o addirittura contrapposizione tra ciò che muove le persone a stare insieme e a perseguire il bene comune e ciò che muove lo scambio economico e forma il mercato. Un mercato che, in tal modo, viene concepito come un brano di vita in comune, un momento della società civile. 

Fides significa corda che lega e unisce. La fede pubblica è dunque il vincolo delle famiglie unite in vita compagnevole (A. Genovesi)

È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri (A. Genovesi)

Se lascia la virtù senza premio, la società commette un’ingiustizia simile a quella di chi defrauda l’altrui sudore (G. Dragonetti)

 

Con l’esaurirsi del progetto illuminista si conclude anche il filone di pensiero dell’Economia civile. Tuttavia, come un fiume carsico, esso rispunta a Milano nell’opera di Gian Domenico Romagnosi e Carlo Cattaneo e, successivamente, nell’elaborazione dei programmi di bonifica integrale e di riforma agraria con Arrigo Serpieri, Manlio Rossi-Doria e Giuseppe Medici, fino alle teorizzazioni più recenti sullo sviluppo locale con Giorgio Ceriani Sebregondi, Giorgio Fuà e Giacomo Becattini.

Questa particolare concezione dell’economia oggi è materia di ricerca e di approfondimento da parte di alcuni studiosi italiani, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni. Per essi, non si tratta di tornare a periodi aurei che non sono mai esistiti. Non c’è alcun passato da rimpiangere nostalgicamente perché, in realtà, non c’è mai stato un periodo storico in cui l’economia fosse civile per davvero e il mercato effettivamente paritario. Nelle società, nelle economie e nei mercati del passato mancavano molti di quegli ingredienti che oggi consideriamo essenziali per una vita buona (quelli che la modernità ha voluto chiamare libertà, uguaglianza e fraternità). Dinanzi a noi c’è, dunque, la prospettiva di concorrere a costruire e realizzare un’innovazione sociale di grande portata: un progetto condiviso di società, di economia e di mercato che rimetta al centro le persone, i beni relazionali, la gratuità del contatto con l’altro.

Tale innovazione si riflette sull’idea stessa di sviluppo della società, da intendere nell’accezione di Ceriani-Sebregondi, come autosviluppo della società medesima e, secondo il pensiero di Amartya Sen, come processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani. Lo sviluppo, in sostanza, si fonda sulle motivazioni interne alla società e sulla saldatura tra le motivazioni interne e le opportunità offerte dall’esterno. Non è semplicemente crescita economica ma costituisce un salto di civiltà. È, infatti, l’esito della combinazione dei cambiamenti mentali e sociali di una popolazione, che la rendono atta a far crescere in modo cumulativo e permanente il suo prodotto reale globale.

Lo sviluppo della società consiste nel ricomporre il rapporto tra istituzioni (regionali, nazionali ed europee) e società locale (intesa come comunità, società civile ed ente locale di prossimità). Si tratta, in sostanza, di creare una relazione impostata sulla fiducia, in cui le istituzioni mettono a disposizione prospettiva e mezzi e la società locale riaccende le sue tensioni al cambiamento e si riorganizza per trovare la strada e vincere la sfida dello sviluppo. Occorrono una chiara visione federalista dei rapporti tra i diversi enti che compongono la Repubblica, una corretta applicazione del principio di sussidiarietà e istituti innovativi di democrazia diretta, di natura comunitaria, che promuovano e permettano l’incontro e il dialogo tra istituzioni e società locale (fondazioni di partecipazione, condomini di strada, ecc.).

 

Lo sviluppo consiste nel ricomporre il rapporto di fiducia tra istituzioni e società locale

Sia la sussidiarietà orizzontale (le istituzioni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale), sia la sussidiarietà verticale (le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato) si fondano entrambe sul riconoscimento reciproco – tra i diversi attori sociali e istituzionali dello sviluppo della società – che tutti operino per il bene comune e nell’interesse generale. Ciò presuppone che lo status di attore dello sviluppo della società di cui si fa parte implichi non solo il diritto inviolabile ad attivarsi per il bene comune, ma anche il dovere inderogabile di solidarietà e reciprocità nel conseguire l’interesse generale.

Lo sviluppo presuppone che ogni attore abbia il diritto inviolabile di attivarsi per il bene comune, ma anche il dovere inderogabile di solidarietà e reciprocità nel conseguire l’interesse generale

 

La multidealità delle agricolture

Le agricolture civili sono caratterizzate da una dimensione comunitaria e da una prospettiva di conseguimento dell’interesse generale e del bene comune. Esse presuppongono, pertanto, un contenuto etico e valoriale non misurabile né accertabile, ma parte integrante della reputazione degli operatori. Al di là della forma giuridica da essi assunta, gli operatori delle agricolture civili sono componenti costitutive del variegato arcipelago delle organizzazioni a movente ideale (OMI). In tali organizzazioni il movente non è primariamente il profitto ma un ideale, una missione o una vocazione. Esse portano con sé un elemento di gratuità: i comportamenti dei loro membri sono, infatti, praticati perché buoni e perché hanno un valore in sé. Se l’attività dell’impresa speculativa è solo uno strumento per ottimizzare qualcosa di esterno, ben distinto dall’attività stessa che quindi non ha alcun valore intrinseco ma, per definizione, unicamente strumentale, di converso l’OMI non svolge mai un’attività strumentale ma qualcosa che ha sempre un valore in sé.

 

Gli operatori delle agricolture civili hanno come movente un ideale prima del profitto

Le Agricolture civili sono, dunque, multideali perché fanno riferimento a passioni, vocazioni e concezioni del mondo plurime, da cui scaturiscono modelli produttivi e di consumo e attività molteplici. Con esse (ri)emerge un volto delle campagne che rimanda alle tradizioni di solidarietà e reciprocità delle antiche società rurali che avevano un forte senso della comunità.

 

Le agricolture multideali si riferiscono a passioni, vocazioni e concezioni del mondo da cui scaturiscono attività e modelli di produzione e consumo molteplici

Queste agricolture multideali si caratterizzano per la virtù civile praticata dai suoi protagonisti: un habitus da rendere stabile e, che una volta acquisito, produce frutti d’eccellenza. Per dotarsi di tale virtù civile è necessario acquisire costanza, ingegnosità, conoscenza del contesto, capacità di inventare un’idea e pilotarla verso il successo, consapevolezza della necessità di stimolare i processi motivazionali per orientarli verso le migliori pratiche.

C’è tuttavia un problema di cui non si parla, quando si ha a che fare con le idealità, e che meriterebbe, invece, di essere affrontato seriamente: la multidealità, sottesa a diverse forme di agricoltura, può costituire una complicazione nella costruzione delle reti e nei rapporti tra società civile e istituzioni. Richiede, infatti, da parte dei soggetti che la praticano, la disponibilità a favorire forme di governance basate sul riconoscimento reciproco di tutte le culture e di tutte le convinzioni filosofiche e religiose. Forme di governance fondate sull’ascolto reciproco e in cui tutti i protagonisti siano capaci di assumere il dovere e il rischio del dialogo fino in fondo.

Per non tramutarsi in conflittualità permanente e in una dispersione delle sue potenzialità innovative e per mantenere, invece, aperta la prospettiva di una nuova etica globale condivisa, la multidealità delle agricolture dovrebbe accompagnarsi ad un processo di auto-apprendimento individuale e collettivo dell’esercizio del criterio di laicità, come metodo e sostanza da parte di chiunque. Laicità è sinonimo di autonomia nella definizione delle norme del comportamento morale. Per il laico l’unico criterio guida dell’umano-naturale è la razionalità/ragionevolezza che non significa rinuncia alle proprie convinzioni ma rimozione di ogni pretesa ad imporle agli altri.

Gli operatori delle agricolture multideali dovrebbero praticare il dovere e il rischio del dialogo fino in fondo adottando il criterio guida laico della razionalità/ragionevolezza.

 

La tradizione dei demani civici e delle terre collettive

Le agricolture civili estendono le proprie radici nella millenaria vicenda delle proprietà collettive con cui si garantiva a coloro che non possedevano nulla di poter vivere in modo dignitoso, preservando, a tal fine, le risorse da modalità di sfruttamento indiscriminato e devastante. Quando si parla di proprietà collettiva si fa riferimento a quegli strumenti del diritto (norme sociali, ordinamenti, regole, tradizioni, usi e consuetudini) con cui le comunità sono state capaci di coordinarsi e limitare la libertà individuale per poter sopravvivere.

Gli enti che gestivano le terre collettive originariamente svolgevano non solo compiti di organizzazione degli spazi agricoli comuni per il soddisfacimento di bisogni primari, ma anche funzioni pubbliche, come pagare il medico e la levatrice oppure curare la manutenzione dei fiumi, delle strade e delle fontane. Non costituivano mai solo comunità di proprietà, ma sempre comunità di vita.

Le proprietà collettive che tuttora si sono conservate sono autonome e disciplinate da antichi Laudi e Statuti che codificano tradizioni ancora più antiche, nate dalla libera scelta dei titolari di tali beni di imporsi dei limiti nel loro godimento, al fine di perpetuarli alle generazioni future.

Si tratta di un patrimonio fondiario che non appartiene né allo Stato, né alle Regioni, né agli enti locali anche se talvolta è imputato catastalmente ai Comuni. Sono beni di proprietà delle collettività locali. Le proprietà collettive sono beni e diritti inalienabili, indivisibili, inusucapibili, imprescrittibili. Il loro uso non può essere per alcuna ragione modificato. Sono diritti reali di cui i residenti godono da tempi immemorabili e continueranno a godere per sempre ma in comune – cioè senza divisione per quote – per ritrarre dalla terra le utilità essenziali per la vita.

 

La proprietà collettiva costituisce un altro modo di possedere la terra

Nel Centro-Nord il patrimonio collettivo viene normalmente gestito da un ente dotato di personalità giuridica. Nell’Italia meridionale e insulare viene, invece, gestito dai Comuni e si è fatto di tutto per dimenticare la sua origine. Tuttavia, oggi costituisce un’opportunità per formare una nuova società civile da responsabilizzare nella gestione sostenibile di fondamentali beni comuni. Ma occorre restituire la gestione alle collettività ricostituendo enti autonomi e separati dalle amministrazioni comunali. In base alle normative vigenti (nazionali e regionali), tali patrimoni possono essere disgiunti dalla gestione dei Comuni e gestiti dall’A.S.B.U.C. (Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico).

 

Occorre restituire la gestione dei demani civici alle collettività ricostituendo l’A.S.B.U.C.

Con la Legge 20 novembre 2017, n. 168, si sono finalmente riconosciuti e regolamentati i domini collettivi. I problemi che la legge pone sono molti e riguardano non tanto le qualifiche giuridiche, ma le questioni pratiche che gli enti che amministrano i beni delle comunità devono affrontare e risolvere per dare attuazione alla legge. La nuova normativa estende alle comproprietà collettive intergenerazionali i principi e le garanzie costituzionali dell’art. 2 Cost. sui diritti inviolabili dell’uomo che agisce nell’ambito della comunità e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale della gestione comune, sulla funzione sociale della comproprietà (42, 2° co. Cost.), sul valore ambientale, paesaggistico e culturale del territorio gestito dalle comunità di abitanti (art. 9 cost.), sull’utilità generale delle forme di gestione economica produttiva e dei servizi pubblici essenziali resi dalle stesse comunità (art. 43 Cost.).

Promuovendo e formando amministratori di beni comuni che rispondono direttamente ai cittadini che li eleggono ogni quattro anni per quella determinata finalità, forse si potrà contribuire a creare una nuova società civile. Bisognerebbe scommetterci per generare benessere, valorizzare risorse naturali e rivitalizzare capitale sociale.

Formando amministratori di beni comuni che rispondono ai cittadini si crea una nuova società civile

 

La tradizione degli orti e la prospettiva di un terziario civile innovativo

L’agricoltura italiana è caratterizzata dalla presenza di decine e decine di migliaia di piccoli appezzamenti di terra destinati perlopiù all’autoconsumo familiare, come eredità di sistemi territoriali storici (mezzadrile e latifondistico-colonico). Essi potrebbero rivitalizzarsi qualora si riuscisse a reinventare, in forme moderne, quella tradizione. In che modo? Imperniando un nuovo sistema a rete su tre elementi: i fazzoletti di terra, le imprese agricole di servizi alle persone e alle popolazioni (masserie e fattorie sociali) e i centri abitati come luoghi dove i vari soggetti della nuova ruralità possano interagire e rapportarsi con l’economia mondo.

Questi piccoli appezzamenti vedono coinvolto il 41 per cento della popolazione italiana. Si tratta di persone impegnate in altre attività – da cui ricavano il proprio reddito – oppure sono pensionati che hanno svolto precedentemente lavori in settori diversi dall’agricoltura. La superficie interessata da questa forma di utilizzo dei terreni agricoli è ancora oggi una parte consistente del paesaggio agrario del nostro Paese.

La cultura economica e le istituzioni solo negli ultimi tempi stanno prestando attenzione all’apporto di tali attività alla composizione dei consumi alimentari familiari, al consumo di mezzi tecnici e di servizi professionali necessari per svolgerle, alla promozione dello spirito civico e di comunità, alla salvaguardia del territorio e al benessere psico-fisico delle persone.

 

La tradizione degli orti a fini di autoconsumo coinvolge il 41% degli italiani

Le attività su piccoli appezzamenti, svolte da coloro che comprano beni e servizi dalle imprese del territorio per fare agricoltura di autoconsumo, sono presenti non solo nei piccoli centri, dove i protagonisti sono prevalentemente i proprietari dei minuscoli fondi coltivati, ma anche nelle medie e grandi città, dove i protagonisti sono i fruitori di un servizio su fondi organizzati e assegnati perlopiù da amministrazioni pubbliche e, negli ultimi anni, anche dalle imprese agricole e dalle cooperative sociali che operano nell’ambito dell’agricoltura sociale.

Sono già alcune decine i Comuni e le altre amministrazioni pubbliche che hanno emanato i regolamenti per gli orti urbani e c’è un pullulare di tavoli di confronto in altrettante amministrazioni su questa materia. Manca, tuttavia, una visione d’insieme e, soprattutto, non c’è un approfondimento sulle forme di gestione di beni che appartengono alle popolazioni e non dovrebbero quindi essere privatizzati nemmeno nella forma dell’assegnazione ad associazioni private non lucrative. Alcuni Comuni hanno allo studio progetti di utilizzazione di terreni comunali da affidare a cooperative di comunità o a fondazioni di partecipazione per fare in modo che il protagonismo delle comunità locali abbia una platea la più ampia possibile. Visioni stataliste e burocratiche frenano ancora la ricerca di forme di gestione comunitarie che possano ispirarsi alla tradizione dei demani civici e delle proprietà collettive e, dunque, a forme di reale coinvolgimento dell’insieme dei cittadini di un determinato territorio. Negli ambiti urbani, il modello di gestione – ancora in fase progettuale – che più si avvicina alla tradizione delle proprietà collettive è il “Condominio di Strada”, per creare comunità di proprietari e inquilini lungo le vie cittadine e organizzare servizi comuni, compresa la gestione di quei beni (corsi, viali, vicoli, aree verdi, rive di fiumi, ecc.) che da proprietà pubbliche potrebbero progressivamente trasformarsi in proprietà collettive. L’UNIAT (Unione Nazionale Inquilini Ambiente e Territorio) ha avviato un’attività formativa per creare il facilitatore di condominio: un animatore sociale che, attraverso un percorso di autoapprendimento, potrà evolvere in una vera e propria guida di quartiere.

 

Decine di Comuni hanno emanato i regolamenti per gli orti urbani

Sia il fenomeno dei “fazzoletti di terra” delle aree rurali che la realtà degli “orti urbani”, pur nelle loro distinte caratterizzazioni, s’intrecciano sul piano storico e socio-antropologico perché derivano entrambi dalla cultura agricola e dal modo come i gruppi umani, passando dall’attività primaria verso altre attività e dai territori rurali verso le aree urbane, hanno conservato e rielaborato la tradizione di produrre in proprio ortaggi, frutta, fiori e altre piante commestibili a fini di autoconsumo personale e familiare. Oggi tali forme evolvono tutte verso una sorta di terziario civile innovativo, ma incontrano mille difficoltà nel trovare un inquadramento giuridico soddisfacente perché la definizione di agricoltura nel nostro ordinamento nazionale non è ancorata alla comunità-territorio e ai suoi bisogni e stenta a oltrepassare le colonne d’Ercole dell’impresa e della sua logica produttivistica legata al fondo aziendale.

Il fenomeno dei “fazzoletti di terra” e la realtà degli “orti urbani” evolvono verso un terziario civile innovativo

 

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