Focus group dei referenti di servizi e partner di progetto – Workshop “La strada fatta e quella da fare”

Focus group dei referenti di servizi e partner per l'agricoltura sociale
Il focus group con i partner dei progetti di agricoltura sociale di Kairos

Il momento principale del workshop “Campi Aperti – La Strada fatta e quella da fare” ci ha visto ragionare sulla “strada fatta” con i progetti di agricoltura sociale per tracciare “quella da fare”. Lo abbiamo fatto, in parallelo, con due focus group e dei tavoli di lavoro. Pubblichiamo di seguito quanto è emerso da uno dei due focus group, quello che ha visto riunirsi i referenti dei servizi e dei partner che collaborano ai nostri progetti, insieme ad Andrea De Dominicis e Francesca Prete di Kairos. Mettiamo a disposizione anche le domande guida del confronto e vi segnaliamo il resoconto del focus group dei beneficiari dei progetti.


CONDUTTORE: Andrea De Dominicis

CO-CONDUTTRICE: Francesca Prete

PARTECIPANTI:

  1. Bonanata Massimiliano, Borgo Ragazzi don Bosco Centro diurno – Corso Giardinieri
  2. Cammarata Cristina, Associazione Ponte d’Incontro – operatrice e psicologa
  3. D’Annibale Luana, Municipio Roma V – Servizio Sociale
  4. De Leo Luana, Municipio Roma IX – Servizio Sociale
  5. D. F., Cooperativa Arca di Noè
  6. Fellet Raffaele, Azienda agricola La Nuova Arca
  7. Selleri Emanuele, Casa Scalabrini 634
  8. Tilli Cristina, Università Roma Tre
  9. Aurelio Ferrazza, Azienda agricola Casale di Martignano

 

GIRO DI CONSIDERAZIONI GENERALI

R. FELLET – “Chi beneficia di cosa? Il confine tra beneficiario e operatore è molto labile. Occorrerebbe ripensare il significato della “formazione” alla luce del lavoro fatto, dall’esperienza di chi sta ogni giorno a contatto con i ragazzi.

L. DE LEO – Oltre al lavoro fatto con i beneficiari, quello che riporto e che più mi ha impressionato in positivo è il “lavoro di rete”. Faticoso da un lato, perché si scontrava con le rigide logiche amministrative del servizio, positivo dall’altro, perché mi ha mostrato un altro modo di lavorare. In gruppo e non più da soli. Mi ha permesso di uscire da rigidi schemi del servizio, di mettere da parte le logiche amministrative. Lo sforzo maggiore è stato far capire all’amministrazione che per noi, per il Municipio, è un risparmio. Al di là dei numeri riportati.

F. D. – Enorme sforzo organizzativo per la cooperativa e disponibilità del municipio sono due fattori che mi preme segnalare. I benefici dell’intervento? Innanzitutto, migliora la qualità del lavoro dell’operatore, che si sente più soddisfatto e stimolato. Soprattutto perché esce dai soliti schemi della L. 191. Per quel che riguarda i coordinatori, il loro sforzo è ripagato dalla soddisfazione degli operatori. E poi il senso del gruppo invita a essere più propositivi e spostarsi, uscire dal quartiere, emoziona e stimola i ragazzi. Di solito non escono mai.

C. CAMMARATA – È stato un progetto del “FARE”. Lavorare, “coltivare” con i ragazzi ti aiuta ad avvicinarti a loro.

M. BONANATA – Lavorare in azienda e fare pratica ha l’obiettivo di rispondere ad alcune semplici domande: “Il ragazzo ce la può fare? Ne avrà voglia? Sarà costante?” Queste esperienze sono utili per capire che non è tutto rose e fiori e che la “sperimentazione” varia in base al contesto, che sia quello del Casale di Martignano, dell’azienda agricola D’Alesio a Tor Tre Teste o de La Nuova Arca o altri ancora.

E. SELLERI – Per noi di Casa Scalabrini, i tempi sono accelerati e l’esperienza ha come obiettivo primario quella di trovare lavoro. A tal proposito i nostri sforzi si concentrano molto sulla creazione di sinergie e di una rete. È molto faticoso far arrivare ai rifugiati, i nostri beneficiari esclusivi, il messaggio che l’agricoltura non è solo schiavitù, che possa essere per loro anche una grande opportunità di rivincita sociale e lavorativa. Molti di loro sono stati vittime di caporalati vari, molti vengono da Rosarno.

L. D’ANNIBALE – La ricchezza dell’agricoltura sociale risiede nella possibilità di individuare, in una cornice “macro”, il “micro” delle singole esigenze e del livello di necessità di ciascuno. Stimola la sensibilità e la creatività in termini di elaborazione di proposte, grazie all’esigenza di uscire dagli schemi organizzativi e amministrativi tipici del servizio sociale. Spesso, però, ci si scontra con il timore della nostra classe dirigenziale. Il più delle volte subiamo il “pressing” dei numeri e dei risultati, mentre sarebbe il caso di focalizzarsi di più sulla qualità del servizio che sulla quantità dei casi trattati.

Ci auguriamo che l’esperienza raccolta sia sempre più varia e ricca e che ci permetta di poter “raccontarsi” di più anche all’esterno.

 

RACCONTATECI IL RICORDO DEL PRIMO MOMENTO IN CUI SIETE STATI COINVOLTI NELL’ESPERIENZA DELL’AGRICOLTURA SOCIALE, LA PRIMA IMPRESSIONE CHE AVETE AVUTO

L. DE LEO – “Questi so pazzi…”. Pensando ai miei ragazzi non mi sembrava possibile, né praticabile. Ma subito dopo ho detto: “OK, proviamoci!!!”.

E. SELLERI – Un’immagine forte…

F. D. – “Sorpresa”. Ed entusiasmo iniziale alla vista dei maiali del Casale di Martignano.

M. BONANATA – Sono stato coinvolto per scherzo, tutto è partito da una proposta spontanea e giocosa. Durante una riunione, nel 2012, dissi: “se volete domani vengo con dei ragazzi”. E li portai qui, al Casale di Martignano.

C. CAMMARATA – Stimolata da Luana De Leo, con La Nuova Arca partecipai a una prima giornata esplorativa, un workshop. La prima impressione fu: “..e che dovrei fare io qua?”

L. D’ANNIBALE – La mia prima esperienza diretta fu a Martignano e il fascino del posto mi fece subito pensare: “magari avessi avuto io questa possibilità da adolescente”.

R. FELLET – Un giorno ci venne detto: “arriveranno dei ragazzi”. E così fu, senza avere il tempo di capire quello che si andava a fare. Poi ti rendi conto che l’orto ci mette tutti sullo stesso piano. Operatori o ragazzi, si è stanchi allo stesso modo. I momenti di pausa sono quelli in cui ci si ferma a riflettere e ci si rende conto di quello che si sta facendo. Si cominciano a fare riunioni e ci si chiede: “ma possiamo farlo?”

 

RACCONTATECI UN MOMENTO PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVOPER VOI, LO SWITCH, LA VOSTRA PERSONALE PRESA DI CONSAPEVOLEZZA

R. FELLET – Non saprei, sono stati tanti e diversi per me gli switch. Mi verrebbe da dire il momento in cui ho realizzato che stavamo dando ai ragazzi una maggiore responsabilità.

E. SELLERI – Il momento del problem solving, quando si è alla presenza di educatori professionisti, o quando ci scopriamo la messa in pratica del valore del “fare rete”.

L. DE LEO – I percorsi dei ragazzi. Quando uno di loro torna in azienda, incuriosito e partecipativo, e chiede all’operatore: “che fai? Perché lo fai così?

L. D’ANNIBALE – …oppure ti chiede: “quando veniamo la prossima volta?”

 

PROVATE A IDENTIFICARE IN POCHE PAROLE I PRINCIPALI RISULTATI OTTENUTI SUI BENEFICIARI

L. DE LEO – Autonomia, prevenzione del disagio, orientamento, relazione, autostima. Ho sentito dire: “Io qui finalmente non mi annoio”. I ragazzi, che hanno tra i 16 e i 18 anni, sono stati puntuali, rispettosi dei tempi, più responsabili. Questo ha aumentato anche la loro autostima.

M. BONANATA – Formazione e orientamento al lavoro.

E. SELLERI – Lavoro. Penso ad alcuni di loro, che probabilmente saranno assunti.

L. D’ANNIBALE – Crescita relazionale e affettiva. I ragazzi si sono misurati con i loro limiti. Da sottolineare anche le perplessità dei genitori stessi.

C. CAMMARATA – I ragazzi si sono sentiti sostenuti e incoraggiati.

 

IDENTIFICATE UN TRATTO DISTINTIVO DEL PROGETTO “CAMPI APERTI” RISPETTO AD ALTRI SERVIZI

Da un brainstorming sono emersi alcuni concetti che hanno trovato tutti d’accordo: flessibilità, creatività, rapporto 1 a 1, personalizzazione dell’intervento, imprevedibilità, relazionabilità, centralità della persona.

 

CONOSCENZA: DAL PUNTO DI VISTA DELL’ORGANIZZAZIONE/PARTNER, IL PROGETTO E’ RIUSCITO A FAR DIFFONDERE L’IDEA DELL’AGRICOLTURA SOCIALE?

M. BONANATA – Più che l’idea di agricoltura sociale, ciò che rimane e spero si sostenga e si sviluppi anche dopo la fine del progetto, sono le sinergie, la costruzione delle reti. Rimarranno anche quando terminerà il progetto.

L. D’ANNIBALE – Oggi c’è sicuramente una maggiore conoscenza sul tema dell’agricoltura sociale da parte di operatori, servizi, Terzo Settore ed altri soggetti. Ci avviciniamo alla realizzazione dei Piani di Zona. La speranza è di avviare una riprogrammazione con maggiore consapevolezza e attenzione sul tema.

L. DE LEO – Nel corso di un focus group tenutosi nell’ambito del progetto europeo INSPIRE, a nome del Municipio Roma IX abbiamo portato l’esperienza di Campi Aperti. Ed è notizia di pochi giorni fa che siamo stati selezionati. Il concetto, l’idea, il tema, sembra arrivare e far breccia più fuori, all’esterno, che dentro il servizio sociale.

 

CAMPI APERTI PUO’ DIVENTARE UN MARCHIO?

E. SELLERI – Si, è aumentato il numero di interessati e tra i rifugiati il passaparola corre veloce.

Tutti i partecipanti convengono. Sì, Campi Aperti può diventare un marchio riconoscibile, con una sua specificità.

 

CRITICITA’ E MARGINE DI MIGLIORAMENTO

L. D’ANNIBALE – La flessibilità dell’intervento non deve diventare improvvisazione, serve uno sforzo per calibrare questo e l’altro estremo, la rigidità.

E. SELLERI – Servirebbero nuovi interlocutori a fronte di nuove e numerose richieste.

M. BONANATA – Ci vorrebbe uno sforzo per riuscire ad organizzare per tempo una calendarizzazione del lavoro e dei tempi, una maggiore programmazione. A volte si improvvisa troppo e la creatività rischia di dissolversi nel bisogno di improvvisazione.

R. FELLET – Come si fa a far coincidere le esigenze di educazione dei ragazzi con le esigenze di produzione delle aziende? Ci vorrebbe un maggior coinvolgimento e presenza di professionisti che rivestendo un doppio ruolo, riesca a coordinare le due esigenze. Inoltre, ci sono carenze nel trasferimento delle informazioni.

L. DE LEO – In molti casi il progetto Campi Aperti non ha coinciso con i periodi di apertura e funzionamento dei CAG, quindi, spesso ai beneficiari e agli operatori sono mancate le figure e i professionisti di riferimento.

A. FERRAZZA – Le prime esperienze sono state diversificate. Hanno riguardato l’orto, il caseificio, il confezionamento, il ruolo di bagnino… Dal mio punto di vista era positivo. Concordo sul fatto che i tempi di lavorazione, a volte, non coincidono con i tempi dei ragazzi.

© Copyright 2015
Kairos
Società cooperativa sociale a.r.l. O.N.L.U.S. (di tipo “B”, ai sensi della L. 381/91)

Sede legale: via Attilio Ambrosini n. 72 – 00147 Roma
Tel.: 06.5160.0539
Fax: 06.5188.2122
segreteria@kairoscoopsociale.it