Focus group dei beneficiari dei progetti – Workshop “La strada fatta e quella da fare”

focus group dei beneficiari
Il focus group con i beneficiari dei progetti di agricoltura sociale di Kairos

Il momento principale del workshop “Campi Aperti – La Strada fatta e quella da fare” ci ha visto ragionare sulla “strada fatta” con i progetti di agricoltura sociale per tracciare “quella da fare”. Lo abbiamo fatto, in parallelo, con due focus group e dei tavoli di lavoro. Pubblichiamo di seguito quanto è emerso da uno dei due focus group, quello che ha visto le impressioni dei giovani beneficiari dei nostri progetti, insieme a Tiziana Piacentini e Patrizia Piscitelli di Kairos. Mettiamo a disposizione anche le domande guida del confronto e vi segnaliamo il resoconto del focus group dei referenti di servizi e partner di progetto.

 

CONDUTTRICE: Tiziana Piacentini

CO-CONDUTTRICE:: Patrizia Piscitelli

PARTECIPANTI: 5 giovani che hanno beneficiato dei nostri progetti, dei quali riportiamo solo l’iniziale del nome per tutelarne la privacy. Tre ragazze, B., A. e V., e due ragazzi, S. e J.

 

Descrizione generale dell’esperienza. Chi vi ha proposto la partecipazione a Campi Aperti? Vi ricordate cosa avete pensato in quel momento?

A. – All’inizio ero preoccupata. Avevo già lasciato la scuola di grafica pubblicitaria. Lasciavo tutto quello che cominciavo. Frequentavo il centro d’aggregazione giovanile Nel Formicaio, a Santa Palomba, e fu lì che mi proposero questa esperienza. Ero perplessa, l’agricoltura era un mondo che non conoscevo. Ho cominciato ad andare a La Nuova Arca. Non so cosa mi abbia fatto continuare. Poi ho vinto una borsa lavoro e ora mi occupo del confezionamento. Ho cominciato anche a fare volontariato in uno SPRAR. Mi piace il mondo del sociale, dare una seconda opportunità a persone in difficoltà.

V. – Me ne ha parlato Katia del CAG Nel Formicaio. All’inizio ho pensato che non fosse una cosa adatta a me, ho quasi una fobia per gli insetti. Ma è stato bello, divertente. Siamo in tanti e tutti amici.

J. – Frequentavo il Borgo ragazzi Don Bosco, con la “messa alla prova”. Frequentavo il corso di giardiniere e orticoltore. Facevo volontariato in una casa famiglia. A La nuova Arca ci sono entrato con un tirocinio e ora sto continuando la mia esperienza lì grazie a Garanzia Giovani. Adesso è come se ci fosse qualcosa in me: l’agricoltura mi ha appassionato tanto.

S. – Vengo dalla Città dei Ragazzi. È la mia prima esperienza in agricoltura. Mi piace.

Rotto il ghiaccio presentando le proprie impressioni, nasce uno scambio tra i ragazzi:

A. – Quando lavori nella terra ti fa bene psicologicamente oltre che fisicamente

J. – Vedi crescere una pianta. Sono soddisfazioni

B. – Io adesso sono nel confezionamento. Vendo ciò che arriva dal campo. Faccio le cassette.

A. – Sì, prepariamo le cassette per il GAS, il Gruppo di acquisto solidale.

B. – La prima volta ho pensato che l’agricoltura sociale fosse una cosa faticosa. Adesso mi sto ambientando. Mi piace.

 

Avevate mai sentito parlare di Agricoltura sociale prima?

Tutti – No.

A. – Forse una volta, in TV. Ma si trattava di una cosa piccola, un pezzo piccolo di terra. Mica come noi!

 

Adesso cosa pensate dell’Agricoltura Sociale?

A. – Io penso che l’agricoltura sociale rappresenti il rapporto tra la persona e la terra. È una terapia. Mi piace sporcarmi le mani con la terra. Mi piace quando raccogliamo, come anche la cura dell’orto. Grazie agli operatori che ci hanno insegnato tanto, passo dopo passo. Senza la loro guida non so come sarebbe andata

S. – Prima, in Africa, lavoravo con gli animali. Mai con l’agricoltura.

 

Con chi siete entrati in contatto durante questa esperienza?

A. – Erano tanti e sempre accanto a noi. [Il gruppo di ragazzi ricorda gli operatori con cui sono entrati in contatto, arrivando a contarne 13 (n.d.r.)]

J. – Io prima ero chiuso, adesso riesco a parlare con tutti.

A. – Anche io. È una specie di Terapia che ti fa crescere. Adesso sto raddrizzando la mia strada, ho scoperto tante cose che ti fanno diventare migliore

 

Come è stato avere a che fare con più operatori? È stato complicato?

Tutti – No.

A. – Ognuno ci ha insegnato una cosa diversa da mettere in valigia. Ci hanno insegnato a crescere.

 

C’è qualcosa che possiamo modificare per migliorare?

Tutti – No. Va tutto bene così.

V. – Voglio bene agli altri. Ma la mia fobia per gli insetti non passerà mai.

A. – C’è accoglienza, siamo quasi una famiglia. Se qualcuno ha un problema lo affrontiamo insieme.

 

Avete notato differenze tra l’esperienza che avete fatto attraverso Campi Aperti ed altre esperienze effettuate in altri servizi?

A. – No. Per me è la prima esperienza, il primo percorso. È stato importante per i miei genitori vedermi svegliare presto tutte le mattine, avere la costanza.

J. – Io lavoravo dentro un vivaio e sono scappato dopo un mese. Non avevo neanche un minuto di pausa. Adesso abbiamo la pausa, possiamo farci una chiacchierata.

A. – Io sto a Santa Palomba, una periferia abbandonata, dove il CAG è l’unico punto di ritrovo. Per me è stato importante uscire da questo ambiente troppo chiuso, vedere altro.

 

Cosa avete imparato?

A. – La solidarietà. Aiutare l’altro se lo vedo in difficoltà. Ci hanno insegnato il lavoro agricolo, il confezionamento. Adesso mi ritengo molto organizzata.

J. – Ho imparato ad aprirmi con la gente, a comunicare, parlare. Stare a contatto con la gente, lavorare. Prima iniziavo un lavoro e non lo terminavo. Adesso ci riesco.

A. – È vero, la comunicazione. Grazie ai tutor!

S. – Ho trovato tanti amici. Ho imparato l’italiano, ho imparato a tirare le manichette, a zappare.

A. – Chi non ci lavora non lo sa. Ma anche per zappare c’è un metodo.

V. – Ho imparato ad aprirmi con persone che non conoscevo. Ho imparato cose che non sapevo fare, come piantare o raccogliere.

B. – Ho imparato a confezionare, a zappare, a far crescere le piante, a seminare, a fare le fragole…

 

Cosa vorresti fare con le cose che hai imparato?

B. – Vorrei continuare questo percorso e fare altre cose.

S. – In passato ho fatto il corso di panificazione e pizza. Adesso mi piacerebbe cucinare, nel campo della ristorazione.

V. – Quando finisco il progetto e la scuola voglio andare a Viterbo, nella fattoria di nonna, per lavorare nell’orto e con gli animali. Faccio anche servizio con la protezione civile. Mi piacerebbe fare anche il corso di formazione per estetista.

J. – Il progetto mi ha insegnato a crescere. Prima ero un disastro in tutto. Mi facevo trasportare dagli amici, adesso mi sento me stesso.

A. – Io già sapevo quanto mi piace la natura ma non sapevo del sociale. Mi piacerebbe lavorare nel sociale e nell’agricoltura. Ad esempio, fare agricoltura sociale con i disabili. Forse fare l’educatrice, prendere la patente, iscrivermi ad una scuola serale. Adesso mi sento abbastanza forte per fare tutto. Aiutare gli altri mi fa stare bene.

 

 Cosa è cambiato?

S. – Prima mi vergognavo di parlare, adesso chiacchiero con tutti. Sono cambiato, mi sento più sicuro.

B. – È cambiato tanto: il carattere, il modo di stare con gli altri. Prima era più difficile stare con le persone.

J. – Tutto. Prima non potevo vedere i ragazzi di colore. Adesso non posso vedere quelli che li prendono in giro. Ho scoperto che sono come me. Ho imparato tante cose.

A. – Chi parla male dei ragazzi di colore oggi mi sembra un ignorante. Io preferisco stare con loro. Allo SPRAR ho ascoltato un sacco di storie forti. Prima io vedevo un solo tipo di persone e mi ispiravo a loro. Adesso ho altri esempi, ho conosciuto stili di vita più giusti. È cambiata la mia mentalità. Adesso so riconoscere cosa è giusto e cose è sbagliato. Prima ero ignorante. Ignoravo perché per me il mondo era quello di Santa Palomba e basta.

 

Se il percorso fosse stato un altro (non in agricoltura sociale), sarebbe stato lo stesso per voi?

B. – No. Non sarebbe stato lo stesso. Dobbiamo imparare ad ambientarci in tutto. Educare e rispettare gli altri.

V. – Secondo me sarebbe stato uguale. La gente sarebbe stata la stessa, ci avrebbero scelto lo stesso.

A. – Non avremmo fatto le scoperte che abbiamo fatto. La scoperta del rapporto con la natura.

J. – Il contatto con la natura è la discriminante.

 

Durante il percorso  quali sono stati i momenti veramente importanti?

B. – Raccogliere le fragole, l’insalata, i broccoli. Mi piaceva seminare e guardare, poi, la pianta che era cresciuta. Raccogliere il frutto del lavoro.

V. – Nel mio caso, il primo giorno. Ci siamo conosciuti e da lì è iniziato tutto.

S. – Per me è stato un cambiamento poter sentire la mia famiglia. Prima non avevo un telefono per sentirli. Il momento importante è stato quando ho avuto i soldi per comprare un telefono.

J. – Quando Abubakar mi ha insegnato come si pianta e come si raccoglie. Prima ero grasso e sfaticato, adesso sono un’altra persona. È stato come incontrare un maestro.

A. – Quando ho vinto la borsa e mi svegliavo la mattina. È stato un cambiamento radicale. Poi quando me lo hanno rinnovato. Mi ero agitata perché non sapevo se me lo avrebbero rinnovato. Ho avuto paura, ho pensato: “E se sto senza fare niente e ricado giù?” Avevo paura di tornare come prima. Ho deciso che avrei fatto volontariato e che anche se non mi rinnovavano avevo un motivo, un obiettivo per cui svegliarmi la mattina.

 

E ci sono stati momenti difficili?

B. – L’orto, la fila, la fatica.

S. – Adesso, il caldo.

J. – Raccogliere i pomodori piccoli, sembrava un lavoro infinito.

A. – All’inizio. Sono andata in tilt.

V. – L’orto d’inverno è pieno di mosche. Il freddo.

 

Cosa cambieresti?

B. – Niente. È perfetto così.

J. – Avere la terra più vicina. Farei meno fatica!

V. – Niente. È bello così com’è. Non volevo più stare all’orto e sono stata messa al confezionamento.

A. – Ho paura del dopo. Mi piacerebbe restituire quello che ho ricevuto: aprire una casa famiglia, uno SPRAR

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